Patetico e ridicolo
Poco fa stavo leggendo dello scandalo Ruby & C. su qualche quotidiano su internet. Non mi ha stupito constatare che su ogni pagina si parla di indignazione, di immoralità, di pessimo esempio. Non mi ha stupito, non tanto perché condivido in pieno l’indignazione per questa situazione, ma perché è da 15 anni che ci si indigna per quello che Berlusconi fa, sono 15 anni che si parla di immoralità e sono 15 anni che si dice che Berlusconi sta dando un pessimo esempio, non solo ai giovani, ma a 60 milioni di Italiani, i quali, va detto, sono già piuttosto propensi a dare il pessimo esempio.
Bisogna dire, e i giornali di area non berlusconiana dovrebbero rendersene conto, che Berlusconi è lì per due motivi: il primo è che è stato eletto con una larga maggioranza di voti; il secondo è che in 15 anni l’opposizione non è stata in grado di produrre la seppur minima alternativa che non fosse un ammucchiata disordinata di partiti che non avevano nulla in comune l’uno con l’altro, oltre alle solite vecchie facce. Lo stesso Partito Democratico è nato dall’unione di ex democristiani ed ex comunisti che ex, purtroppo, non lo erano affatto e che continuano a litigare come Don Camillo e Peppone. L’unico “programma” che ha unito il centro-sinistra è sempre stato mandare a casa Berlusconi, cosa utile solo a nascondere il vuoto pneumatico di idee nella testa dei dirigenti politici. Continua a leggere…
Lettera aperta al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
Signor presidente,
mi rivolgo a lei nel momento del bisogno. Le recenti vicende che La vedono coinvolto e interessato alle sorti di una giovane ragazza africana bisognosa di assistenza mi hanno convinto a scriverle.
Sono uno studente romano di ventiquattro anni, questa estate ho avuto il privilegio di prestare servizio come volontario per un mese in un orfanotrofio in Africa ed è stata una delle esperienze migliori della mia vita, che invito tutti a fare.
Sono stato in Ghana, in una piccola località chiamata Awusu Bawjiase, nella regione centrale del Paese. È una piccola comunità dedita all’agricoltura e alla produzione di sapone, formata da gente gentile ed ospitale, sempre disponibile ad aiutare i volontari e a elargire sorrisi. È un villaggio relativamente isolato, fino a pochi anni fa neanche abituato ad avere a che fare con gli occidentali.
L’orfanotrofio presso cui ho lavorato, il Christian Refuge Orphanage Center, è nato nel 2007 per volontà di un reverendo locale, il Pastore Paul Elisha Asamoah, e raccoglie orfani, ragazzi di strada e bambini i cui genitori non sono in grado di garantire loro un adeguato stile di vita. Attualmente sono ospitati ventotto bimbi.
Nonostante tutta la buona volontà del Pastore e l’impegno profuso dai volontari provenienti da tutto il mondo, i bambini vivono in una situazione di degrado, senza accesso all’acqua potabile, tra la loro stessa immondizia, senza servizi sanitari, dividendo anche in cinque lo stesso lettino. Continua a leggere…
Memorie di un Obroni – Diario romanzato e differito di un mese ghanese.
IL VIAGGIO – PARTE SECONDA
Sei nel letto della tua casa di Bawjiase, la prima notte di quiete dopo infinite ore di viaggio, e non è stato facile arrivarci.
Quando sei sbarcato ad Accra, ieri notte, non hai trovato nessuno ad attenderti. Non sarebbe dovuta andare così: l’organizzazione con cui sei partito, International Volunteers Headquarters, ti aveva garantito un servizio di prelievo all’aeroporto, garantendo puntualità e comunicazione continua, per ogni eventuale contrattempo. Scendi dall’aero, lontanissimo da casa, stravolto per il lungo volo, disorientato per la realtà così diversa dalla tua, intimorito dai numerosi militari armati che accompagnano come ali i passeggeri in transito, e ti ritrovi in breve ad essere l’unico occidentale nel piccolo aeroporto della capitale ghanese. Tutti gli altri ragazzi proveniente da Europa e America vengono rapidamente prelevati da uomini che li attendono con cartelli multicolore.
Tu sei solo.
Ti guardi intorno alla ricerca di una traccia che possa denunciare la presenza del tuo autista o di un accompagnatore. Controlli più e più volte le istruzioni che ti hanno mandato per mail, controlli che sia quello, quel bar fuori dalla porta principale dell’aeroporto, il posto dove aspettare il tuo passaggio. Ti disimpegni tra le pressanti offerte di aiuto che ti piovono addosso da quegli sconosciuti tutti intorno a te, che ti afferrano per il braccio e ti chiedono se possono fare qualcosa.
Ti si avvicina un uomo e ti mostra il suo tesserino di addetto alla sicurezza dell’aeroporto. Ti chiede se hai bisogno di un taxi o se hai una prenotazione di un albergo. Spieghi di essere un volontario e di essere lì ad aspettare che ti vengano a prendere. Insiste per telefonare all’IVHQ e glielo lasci fare. Al telefono, il tuo referente ti assicura che ti verranno a prendere in 10 minuti.
L’uomo che ti ha aiutato a telefonare pretende dei soldi per quello che ha fatto e glieli dai.
I dieci minuti passano e nessuno arriva. Rimani l’unico bianco in un aeroporto sempre più vuoto. Sei troppo stanco per essere spaventato o anche solo arrabbiato. Ti lasci cadere su una sedia e semplicemente ti metti a fissare il vuoto, una mano sempre sul tuo zaino.
IL VIAGGIO – PRIMA PARTE
Sei sull’aereo per Accra a guardare dal finestrino la notte adagiata sul deserto del Sahara. Sulla linea dell’orizzonte, lontano e infinito nella piattezza della sabbia, il sole combatte ancora la sua battaglia contro il tramonto. Continui a vederlo a lungo, lontano sull’Oceano Atlantico, mentre taglia la curvatura del mondo con la sua lama di luce, finché non si arrende al tempo e cade, inghiottito dal mare.
Provi a calcolare che ore siano, ma con i fuso orari non capisci nulla. Sei salito sull’aereo per il Ghana di corsa, senza avere il tempo di realizzare a che ora fossi arrivato in Egitto. Il volo che collegava Roma al Cairo è partito con circa un’ora di ritardo, rischiando di farti perdere la coincidenza. All’aeroporto di scalo non hai visto nulla se non l’infinita sabbia che abbracciava le piste, raccolta in dune e piccoli rilievi, i cartelli che indicavano gli imbarchi per le coincidenze e le rigide guardie doganali egiziane, che ti hanno perquisito, aperto lo zaino e sequestrato dei lucchetti che avevi portato con te per legare le borse. Non si possono portare a bordo, ti dicono. Continua a leggere…
PRELUDIO
Poi una mattina ti svegli e per la prima volta ti ritrovi a pensare di non vedere l’ora di partire, di essere lontano dalla tua stanza e dal tuo mondo, dalle pareti della tua casa, dalla macchina parcheggiata sempre al solito posto, dalla sveglia che suona, dalle cose da fare senza convinzione. Ti svegli e capisci quanto c’è da rivalutare di tutto quello che hai, il modo in cui lo vivi, lo pensi, lo senti. Sei stanco di te stesso, di vederti cadere sempre nelle stesse trappole e negli stessi gorghi di abitudini noiose, di ripetizioni ossessive, di inerzie rodate. Sei stanco di quegli infiniti atti celebrativi del nulla, della messa quotidiana sull’altare della futilità, di quelle ostie fatte di vuoto che mandi giù, contrito e silenzioso. Sei stanco di inciampare in ricordi senza forma che hai lasciato cadere a terra, tra le scarpe sporche di fango e i giocattoli del cane, troppo debole per metterli a posto, una volta per tutte.
Cerchi un appiglio, un appoggio, un aggrappo, qualcuno, qualcosa o anche solo un perché.
Cerchi una voglia uno stimolo, un desiderio, o solo una paura per poterti dire vivo, di nuovo, anche solo per cinque minuti.

