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Memorie di un Obroni – Diario romanzato e differito di un mese ghanese.

21 agosto 2010

PRELUDIO

Poi una mattina ti svegli e per la prima volta ti ritrovi a pensare di non vedere l’ora di partire, di essere lontano dalla tua stanza e dal tuo mondo, dalle pareti della tua casa, dalla macchina parcheggiata sempre al solito posto, dalla sveglia che suona, dalle cose da fare senza convinzione. Ti svegli e capisci quanto c’è da rivalutare di tutto quello che hai, il modo in cui lo vivi, lo pensi, lo senti. Sei stanco di te stesso, di vederti cadere sempre nelle stesse trappole e negli stessi gorghi di abitudini noiose, di ripetizioni ossessive, di inerzie rodate. Sei stanco di quegli infiniti atti celebrativi del nulla, della messa quotidiana sull’altare della futilità, di quelle ostie fatte di vuoto che mandi giù, contrito e silenzioso.  Sei stanco di inciampare in ricordi senza forma che hai lasciato cadere a terra, tra le scarpe sporche di fango e i giocattoli del cane, troppo debole per metterli a posto, una volta per tutte.

Cerchi un appiglio, un appoggio, un aggrappo, qualcuno, qualcosa o anche solo un perché.

Cerchi una voglia uno stimolo, un desiderio, o solo una paura per poterti dire vivo, di nuovo, anche solo per cinque minuti.

E hai quell’occasione, lì, a portata di mano, che sei stato bravo a crearti senza neanche sapere bene perché, senza capirne il motivo, agendo in base ad un istinto che ha spiazzato tutti, te per primo. Quell’istinto che per una volta ha messo a tacere tutto il resto, che ha spinto via ogni cosa, lasciandosi davanti solo un foglio bianco su cui scrivere un contratto che richiedesse solo la tua firma, per divenire efficace. E tu hai firmato, senza leggere le clausole, senza sollevare obiezioni. Era l’ istinto di sopravvivenza, a muovere la penna, e ti sei fidato di quello spirito che segretamente dentro ti ruggisce forte per non farti morire ancora ogni giorno di più, e ancora, ogni giorno, di più ti sprona a resistere, a combattere e a urlare.

Partirai, sarai lontano, ti perderai, avrai paura e fame. Sarai stanco e ti sentirai solo, ti chiederai perché. Ma durerà tutto poco, non ci penserai più dopo due giorni. Il tuo quotidiano sarà quel quotidiano, i tuoi giorni saranno quei giorni. Ci sarà una nuova realtà, fatta di nuovi gesti, di nuove abitudini, di nuove persone. E tu sarai ancora tu, in mezzo a tutto questo che è nuovo e lontano e misterioso. Ricorderai quella mattina, in cui per la prima volta hai capito perché hai firmato quel contratto con te stesso, Faust e Mefistofele allo stesso tempo. Ripenserai ai tuoi pensieri e alle cose da cui volevi provare a scappare. E ti verrà da ridere, o forse da piangere, dopo tanto tempo. E se troverai uno specchio vedrai una persona nuova davanti a te, mai vista prima eppure familiare, che ti somiglia ma che è totalmente altra da te. Avrà il tuo volto da bambino e le rughe delle vecchiaia, ci vedrai tutto il tempo della tua vita e quello che deve ancora venire. I posti, i luoghi, le persone e ancora il tempo. Ci sarà negli occhi quello stesso sguardo che incroci ogni mattina nello specchio di casa e quello degli sconosciuti che incontri a decine ogni giorno sull’autobus.

Ci metterai del tempo, ma alla fine capirai che quella persona sei tu.

Obroni è il termine con cui viene chiamato l’uomo bianco in lingua twi, idioma del ceppo Akan parlato in tutto il Ghana centrale e meridionale. Si contrappone al termine Obibini che indica invece le persone di colore.

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