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Memorie di un Obroni – Diario romanzato e differito di un mese ghanese.

25 agosto 2010

IL VIAGGIO – PRIMA PARTE


Sei sull’aereo per Accra a guardare dal finestrino la notte adagiata  sul deserto del Sahara. Sulla linea dell’orizzonte, lontano e infinito nella piattezza della sabbia, il sole combatte ancora la sua battaglia contro il tramonto. Continui a vederlo a lungo, lontano sull’Oceano Atlantico, mentre taglia la curvatura del mondo con la sua lama di luce, finché non si arrende al tempo e cade, inghiottito dal mare.

Provi a calcolare che ore siano, ma con i fuso orari non capisci nulla. Sei salito sull’aereo per il Ghana di corsa, senza avere il tempo di realizzare a che ora fossi arrivato in Egitto. Il volo che collegava Roma al Cairo è partito con circa un’ora di ritardo, rischiando di farti perdere la coincidenza. All’aeroporto di scalo non hai visto nulla se non l’infinita sabbia che abbracciava le piste, raccolta in dune e piccoli rilievi, i cartelli che indicavano gli imbarchi per le coincidenze e le rigide guardie doganali egiziane, che ti hanno perquisito, aperto lo zaino e sequestrato dei lucchetti che avevi portato con te per legare le borse. Non si possono portare a bordo, ti dicono.

Il viaggio in aereo è lungo e scomodo. Guardi dei film sui piccoli schermi che scendono tra i sedili, con le cuffie che non funzionano e i sottotitoli in arabo. Leggi la guida del Ghana e provi a memorizzare un minimo di frasario. Litighi con l’incomprensibilità dell’Ulisse di Joyce.  Segni appunti su un quaderno. Cerchi posizioni sulle poltrone strette, senza posto per le gambe, contendendoti il bracciolo con il vicino di posto.

Mangi tutto quello che ti portano e ti stupisci di trovare il cibo servito nelle vaschette di plastica, dal colore indefinito e dall’aspetto così lontano dall’idea di un pasto, tanto buono.

Sei rilassato ma stanco e ancora non realizzi fino in fondo dove ti stia portando quella scatola volante, dove ti troverai a passare le prossime tre settimane della tua vita una volta arrivato a terra. Tutto ti sembra ancora distante e remoto, come se il tempo tra te e l’Africa fosse ancora enorme e pieno di minuscoli, infiniti passi da percorrere per realizzarsi in tutta la sua inesorabile grandezza. Pensi ancora alle cose di tutti i giorni; la testa è ancora attaccata a casa, alle persone che, in un modo o nell’altro, ti accompagnano in quel viaggio solitario. Per questo sorridi guardando il pasto pronto che ti viene servito, pensando a tuo fratello che sai che non mangerebbe nulla del cibo dell’Egypt Air perché ci sono troppe verdure in quegli intrugli, a quel tuo amico che non avrebbe preso nulla, non fidandosi di come cucinano fuori da casa sua, a quell’altro che avrebbe mangiato qualsiasi cosa con gusto. Guardi le bottiglie di succo di mango che gli assistenti di volo offrono in abbondanza ai passeggeri e l’immagine di quella ragazza un tempo così vicina e mai così distante da te come in quel momento ti invade gli occhi e con lei tutti gli istanti di quella volta in cui ne beveste insieme, di succo di mango, seduti al tavolo di un locale che si fingeva cubano in una piccola città di mare sulla riviera adriatica. Ricordi quell’alba elettrica e convulsa in un pronto soccorso romagnolo, le mani sul suo stomaco attorcigliato dalla gastroenterite, il suo alito dolce e rancido di latte e frutta tropicale andata a male, e quella sensazione di calma e controllo assoluto che da te non ti aspettavi, gli occhi negli occhi per rassicurarla e il convincimento che tutto, davvero tutto, sarebbe andato bene.

Getti i ricordi nella scia dell’aereo e ti sforzi di immaginare il futuro prossimo dentro cui stai volando. Provi a dare una forma ai posti dove dormirai, alle strade su cui camminerai. Provi a dare un volto alle persone con cui dividerai il tuo tempo, un accento alle parole che pronuncerai e sentirai. Ma niente arriva alla mente, e tutto rimane indefinito e vuoto. Non sai cosa aspettarti dal domani che si avvicina attraverso la notte, ma l’indeterminato non ti spaventa, né ti turba. Il tempo è una rincorsa di momenti, un affanno continuo di istanti che si aprono e si richiudono in se stessi, e tu sei in uno di essi, su un aereo in volo sopra il deserto del Ciad, ignaro di tutto il resto fuori dalla carlinga.

Tutto il resto non conta.

Chiudi gli occhi e scivoli nel sonno senza rendertene conto.

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