Memorie di un Obroni – Diario romanzato e differito di un mese ghanese.
IL VIAGGIO – PARTE SECONDA
Sei nel letto della tua casa di Bawjiase, la prima notte di quiete dopo infinite ore di viaggio, e non è stato facile arrivarci.
Quando sei sbarcato ad Accra, ieri notte, non hai trovato nessuno ad attenderti. Non sarebbe dovuta andare così: l’organizzazione con cui sei partito, International Volunteers Headquarters, ti aveva garantito un servizio di prelievo all’aeroporto, garantendo puntualità e comunicazione continua, per ogni eventuale contrattempo. Scendi dall’aero, lontanissimo da casa, stravolto per il lungo volo, disorientato per la realtà così diversa dalla tua, intimorito dai numerosi militari armati che accompagnano come ali i passeggeri in transito, e ti ritrovi in breve ad essere l’unico occidentale nel piccolo aeroporto della capitale ghanese. Tutti gli altri ragazzi proveniente da Europa e America vengono rapidamente prelevati da uomini che li attendono con cartelli multicolore.
Tu sei solo.
Ti guardi intorno alla ricerca di una traccia che possa denunciare la presenza del tuo autista o di un accompagnatore. Controlli più e più volte le istruzioni che ti hanno mandato per mail, controlli che sia quello, quel bar fuori dalla porta principale dell’aeroporto, il posto dove aspettare il tuo passaggio. Ti disimpegni tra le pressanti offerte di aiuto che ti piovono addosso da quegli sconosciuti tutti intorno a te, che ti afferrano per il braccio e ti chiedono se possono fare qualcosa.
Ti si avvicina un uomo e ti mostra il suo tesserino di addetto alla sicurezza dell’aeroporto. Ti chiede se hai bisogno di un taxi o se hai una prenotazione di un albergo. Spieghi di essere un volontario e di essere lì ad aspettare che ti vengano a prendere. Insiste per telefonare all’IVHQ e glielo lasci fare. Al telefono, il tuo referente ti assicura che ti verranno a prendere in 10 minuti.
L’uomo che ti ha aiutato a telefonare pretende dei soldi per quello che ha fatto e glieli dai.
I dieci minuti passano e nessuno arriva. Rimani l’unico bianco in un aeroporto sempre più vuoto. Sei troppo stanco per essere spaventato o anche solo arrabbiato. Ti lasci cadere su una sedia e semplicemente ti metti a fissare il vuoto, una mano sempre sul tuo zaino.
Quando ormai ti rassegni all’idea di aspettare all’infinito arriva un ragazzo ghanese a prenderti. Saranno passati trenta o quaranta minuti. Biascica qualche scusa per il ritardo e ti porta sul pulmino dove l’autista vi sta aspettando. Capisci presto che oltre alle scuse e al benvenuto in Ghana, alle presentazioni e alle domande sul viaggio, non conoscono molto inglese.
Le strade di Accra sono senza luce elettrica e ogni tanto delle buche enormi si aprono sull’asfalto rovinato obbligando l’autista ad elaborate manovre per evitarle. Posti di blocco si susseguono numerosi, ma ogni volta la polizia si limita a puntare all’interno del veicolo una luce elettrica e poi vi fa cenno di proseguire. Sei confuso e non riesci a vedere nulla dal finestrino, se non buio e animali, cani, gatti, galline, capre, che camminano e corrono ai margini della carreggiata.
Il pulmino entra in un cancello e pensi di essere arrivato. Neanche scendi a terra che ti viene incontro Edward Adeli, il ghanese che dirige l’organizzazione con il quale hai avuto modo di parlare per mail nei mesi precedenti alla partenza, un uomo di una trentina d’anni e di un centinaio di chili di muscoli, e ti dice che lì, nella Volunteer House di Medina, dove dovresti passare la prima notte, non c’è posto perché ci sono troppi volontari e pertanto verrai portato in albergo con altri ragazzi.
La stanchezza è sempre di più e inizi a non capire più nulla. Ti lasci portare in albergo e ti ritrovi a dividere una stanza con Simon, un ragazzo della Nuova Zelanda arrivato il giorno prima. Provi una timida conversazione, ma crolli semplicemente addormentato.
La mattina dopo dovrebbero venire a prendervi alle sette e mezzo e per questo vi svegliate molto presto. Mentre siete nel cortile ad aspettare che vi vengano a prendere una signora vi porta un vassoio con una sola colazione. Dice che quella è pagata dall’albergo, se volete altro dovete pagare di tasca vostra. Vi dividete il vassoio. Non sai che saranno le uniche cose che mangerai fino a notte inoltrata. Parli con Simon che ti racconta un po’ di sé. Ha 25 anni e sono sei mesi che sta viaggiando. Arriva da Londra, ha girato l’Europa e poi ha deciso di partire per due mesi come volontario per il Ghana. Come te, ha scelto l’IVHQ perché tra tutte le organizzazioni su internet era quella più economica.
Quando finalmente vi vengono a prendere e vi riportano nella Volunteer house sono quasi le nove.
Lo chiamano tempo ghanese. Indica una concezione del tempo e della vita senza fretta, per cui un ritardo di ore non costituisce un problema, né un motivo per scusarsi. Dovrai abituartici.
Edward e i suoi bicipiti vi accolgono e vi fanno accomodare in circolo nella sala pranzo. Ci sono già più di venti persone sedute.
Ti prende in disparte e ti spiega che gran parte dell’orientamento era stato fatto il giorno prima e che proverà a spiegarti il più possibile prima di partire per le varie destinazioni.
I vari volontari sono assegnati a orfanotrofi diversi sparsi per il Ghana. Per ogni orfanotrofio è stato preparato un programma di lavoro, ad ogni programma è stato assegnato un colore identificativo (Pink, Red e così via). Sei l’unico volontario arrivato per il programma denominato “Black”, che a quanto capisci è l’unico che preveda un lavoro di tipo agricolo. La tua giornata tipo di lavoro inizia alle sei e trenta, con un turno di due ore alla fattoria. Al campo dovrai piantare coltivazioni, innaffiare, potare e tutto ciò che si richiede ad un bravo contadino. Alle otto e mezzo si fa ritorno a casa per la colazione, dopo di ché, per evitare le ore più calde della giornata, non è previsto lavoro alla fattoria se non dalle 16 alle 18. Durante le ore libere puoi scegliere se andare all’orfanotrofio e stare con i bambini o fare qualsiasi altra cosa.
I volontari vengono invitati a dividersi per gruppi in base al programma di destinazione. Ti ritrovi solo.
Cerchi di socializzare un po’ con quelli più vicini a te. Sono praticamente tutti americani. Conosci Florence, una studentessa di economia di origini asiatiche che ti racconta di quando è stata in Italia. Steven invece è un professore di scuola media, testa rasata e tatuaggio sull’avambraccio, che ha lasciato negli Stati Uniti moglie e quattro figli. Si inoltra in un discorso tra l’esistenziale e il filosofico, sulle vere ragioni che spingono le persone in ogni angolo del mondo a fare i volontari, sul perché andare così lontani da casa per fare qualcosa per degli sconosciuti, quando volendo si può fare tanto nel proprio paese. Provi a dargli retta ma sei troppo confuso per il volo e tutte quelle persone intorno a te che parlano.
Iniziano a partire i primi pulmini che porteranno i ragazzi ai vari programmi. Rimanete in una decina lì a Medina. C’è Simon ancora, e due ragazzi scozzesi. C’è anche Sara, una ragazza del Canton Ticino, con cui parli tutto il tempo cercando riparo nella sicurezza della lingua madre. Vi hanno detto di aspettare che torni uno dei pulmini per portarvi ai vostri orfanotrofi, ma il tempo passa e non arriva nessuno.
Decidete di andare a fare un giro intorno alla Volunteer house. Le strade sono di terra rossa, senza asfalto e marciapiedi. Galline e capre passeggiano tra di voi, mentre le macchine vi sfrecciano a pochi centimetri senza accennare a rallentare. Pensi alla tua guida Lonely planet, che definisce il Ghana uno dei paesi africani più evoluti e la sua capitale Accra una città quasi occidentalizzata e ti immagini cosa possa essere il resto del paese, il resto del continente. Però la gente vi saluta e vi parla sorridendo sempre.
Sei sempre con Sara. È nata in Italia, studia scienze della comunicazione e ti sembra un po’ spaventata da quello che vede. Ti spiega che quasi tutti gli altri volontari sono arrivati un paio di giorni prima e Edward li ha accompagnati in giro spiegando loro alcune usanze ghanesi a qualche frase minima per fare conversazione.
Tornate alla casa madre che è quasi ora di pranzo, ma ancora non è arrivato nessuno a prendervi. Giochi a rugby con gli scozzesi e con l’autista di un altro pulmino che aspetta con voi.
Viene messa della musica e, come sempre in queste situazioni, i primi ad essere suonati sono i Beatles. Sei lì a lanciarti la palla con questi sconosciuti ascoltando canzoni sentite migliaia di volte e ti sembra tutto così strano. Parte Marvin Gaye con “I’ve heard it through the grapevine” e ricordi quell’amore di poche ore in una casa sconosciuta, con la televisione accesa e “Il grande freddo” a illuminare il buio, e tutto è così distante da sembrare irreale.
Quando finalmente vi vengono a prendere sono le quattordici passate. Nessuno parla di cibo o pranzo, ma tu sei aggredito dalla fame. Salite sui pulmini, tro tro come li chiamano in Ghana, e partite. Inizia un viaggio lunghissimo, senza soste se non nelle tappe previste, che terminerà solo nel buio della notte.
Vieni portato in giro per gli altri programmi dove di volta in volta saluti piccoli gruppi di volontari che non vedrai mai più. Ti affacci nel tuo primo orfanotrofio, il peggiore che vedi, senza corrente elettrica, una serie di baracche ad un piano con tetti di lamiera sghembi e arrugginiti, bambini ricoperti di stracci che ti si arrampicano addosso ridendo e tirandoti i capelli. Lì lasciate il primo gruppo di volontari, tra cui Sara. Non lo sai ancora ma non parlerai più italiano di persona per un mese, dopo quel “Ciao, in bocca al lupo” che le rivolgi prima di salire di nuovo sul tuo tro tro.
Il viaggio prosegue e la notte cala. Nessuno ti spiega dove ti stiano portando neanche quando lasciate gli ultimi tre volontari in un altro orfanotrofio. A guidare la comitiva c’è Eric, il braccio destro di Edward. Ti dice solo che manca poco e che siete quasi arrivati. Nel frattempo non hai mangiato nulla.
Non hai idea di quanta strada abbia percorso quel tro tro su cui sei salito otto ore prima, non hai idea di dove ti trovi esattamente. Sai solo che sono quasi le 22 quando finalmente Eric ti dice che siete arrivati a destinazione. È tutto buio fuori dai finestrini e non hai idea di cosa hai davanti. Vedi i fanali del furgone illuminare un patio e su quel patio vedi dei ragazzi bianchi. Deduci di essere arrivato.
Sei confuso dal viaggio, dalla fame e dalla stanchezza. Entri in casa e ti trovi davanti quello che ti sembra essere un oceano di persone riunite intorno ad un tavolo, a ridere e a bere. Stringi mani, ti presenti, si presentano, ma non capisci nulla. Non capisci quanta gente ci sia, in quella stanza. Ci sono quasi esclusivamente ragazze, alcuni ghanesi. Ti danno da bere qualcosa di molto forte che mandi giù senza pensarci troppo, ti danno anche da mangiare, finalmente. Nella confusione capisci che gli altri ragazzi stanno festeggiando qualcosa e ti chiedono se vuoi andare con loro in città per continuare a bere, ma non ti reggi più sulle gambe.
Ti allunghi in quella che è la camera dei ragazzi e devi prepararti il letto, montare la zanzariera, trovare le lenzuola nello zaino enorme, illuminandoti con la torcia perché c’è già uno dei volontari che dorme. Hai un letto a castello tutto per te, puoi scegliere se sopra o sotto. Inizialmente opti per sopra, ma una volta arrampicato illumini con la torcia elettrica ragni grandi quanto mani di bambini che danzano sul soffitto. Decidi di spostarti di sotto.
Sei addormentato prima ancora di pensare quanto ti facciano schifo le ragnatele che pendono dal letto di sopra.



